L’evoluzione storica delle democrazie

26/03/2019

L’Atene del V secolo avanti Cristo è considerata la prima democrazia nella storia. A godere delle libertà personali e del diritto di voto era una élite che costituiva poco più di un decimo della popolazione: erano esclusi gli schiavi, le donne, gli stranieri e tutti coloro che non possedevano ricchezze da difendere e da tassare. Si trattava però di circa 50000 persone, a fronte delle poche decine o centinaia di persone che prendevano le decisioni in altri stati con dimensioni simili.

L’esempio di Atene rimase senza seguaci per circa sedici secoli. Nel 1215 i baroni d’Inghilterra riuscirono a strappare a re Giovanni Senza Terra (che senza il sostegno dei baroni non avrebbe avuto le risorse economiche e militari per far trionfare il suo diritto al trono) la firma della Magna Carta Libertatum, con cui il re accettava di sottostare alla Legge del paese e in particolar modo accettava il principio che nessun ‘uomo libero’ potesse essere imprigionato, forzato o ucciso se non in base al giudizio di una corte di suoi pari. Seguirono secoli di ripetute prove di forza fra la corona inglese e i suoi sudditi ‘liberi’ (soltanto maschi e proprietari terrieri), ma sostanzialmente i diritti della Magna Carta vennero mantenuti e ampliati attraverso i secoli. In una di queste prove di forza la Corona accettò anche la Petition of Rights − o richiesta di diritti − del Parlamento (1628), che all’Habeas Corpus (cioè al diritto di non essere imprigionati e uccisi dal potere politico) aggiungeva il principio del ‘no taxation without representation’, in base al quale le tasse possono essere imposte soltanto se accettate da un parlamento eletto dalle stesse persone che le pagano. Ma il braccio di ferro fra la Corona inglese e il Parlamento continuò, gli animi di surriscaldarono finché nel 1649, al culmine di una guerra civile, i nobili inglesi tagliarono la testa al re, sostituendolo qualche anno più tardi con il fondatore di una nuova dinastia che veniva dall’Olanda, era di nuovo senza terra e senza risorse, perciò per regnare doveva necessariamente appoggiarsi a chi la terra e le risorse le aveva. Da allora la democrazia funzionò molto meglio, anche se a goderne furono per secoli soltanto gli ‘uomini liberi’, non le donne, né gli schiavi, né i nullatenenti.

Magna Carta e Bill of Rights forgiarono la cultura politica dei fondatori delle colonie inglesi in America. Ma i coloni vi aggiunsero i principi che sono ancor oggi alla base dell’idea di democrazia dei cittadini del mondo occidentale, al di là delle singole costituzioni nazionali. Il 4 luglio 1776, al culmine di una lunga guerra per rendersi indipendenti dall’Inghilterra, i rappresentanti delle 13 colonie stilarono una rivoluzionaria Dichiarazione d’Indipendenza che recita: ‘Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità.’

È proprio nella ri-organizzazione dei poteri che la democrazia è sempre messa alla prova. Finché c’è consenso fra i governati sull’efficacia dell’organizzazione di governo, le decisioni sulle singole questioni vengono delegate senza scandalo e senza collera al parlamento o al governo stesso. Quando il consenso crolla (di solito perché la realtà cambia rapidamente e la politica non riesce a prevedere e gestire i cambiamenti), inizia la competizione fra gruppi diversi di cittadini – riuniti in partiti − per dare diversa organizzazione e diverso indirizzo ai poteri di governo. Se l’esito della competizione viene misurato in base al numero e le decisioni si prendono a maggioranza, il sistema democratico funziona, purché tutti concordino sul fatto che il numero misura la forza − evitando così di ricorrere alle armi – ma non misura né determina il diritto. Se si nega ideologicamente il diritto di qualcuno alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità in nome di qualche presunto superiore diritto di maggioranza, si cade nella tirannide, qualunque sia la veste che la tirannide assume. La storia ci insegna che la tirannide vince tanto più facilmente quanto più si ammanta di grandiose e nobili ideologie.

Nel 1789 l’Assemblea Nazionale (cioè il parlamento) francese impose al re Luigi XVI l’accettazione di un documento chiamato Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, che nel 1891 diventerà il preambolo della nuova Costituzione francese. Molto più verbosa, formale e solenne della Dichiarazione d’Indipendenza americana, la Dichiarazione francese dei diritti introduce un concetto indefinibile e limitante, quello di ‘nazione’, che va a sostituire il concetto più generico di ‘popolo’ contenuto nella Dichiarazione americana. Sostituisce anche il grandioso concetto del diritto al perseguimento della felicità con i ben più limitati diritti alla proprietà e alla resistenza contro l’oppressore.

‘..L’Assemblea Nazionale riconosce e dichiara, in presenza e sotto gli auspici dell’Essere Supremo (sic!) , i seguenti diritti dell’uomo e del cittadino:

Art. 1 – Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune.

Art. 2 – Il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali ed imprescrittibili dell’uomo. Questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione.

Art. 3 – Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione. Nessun corpo o individuo può esercitare un’autorità che non emani espressamente da essa.

Art. 4 – La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri: così, l’esercizio dei diritti naturali di ciascun uomo ha come limiti solo quelli che assicurano agli altri membri della società il godimento di questi stessi diritti. Tali limiti possono essere determinati solo dalla Legge.

In nome di questi nobili principi Robespierre e i Giacobini sosterranno che nobili, preti e via via settori sempre più ampi di popolazione non sono parte della nazione ma ne sono i nemici, dunque possono e debbono essere imprigionati e uccisi. È il Terrore, iniziato a luglio del 1793, che finirà davvero quando il potere verrà assunto da Napoleone, l’eroe che porterà i diritti dell’uomo in tutta l’Europa attraverso guerre di conquista e di sottomissione presentate come guerre di liberazione.

I principi di democrazia contenuti nella Dichiarazione francese dei diritti dell’uomo e del cittadino subirono grandi sviluppi nel corso del 1800 e della prima metà del 1900 in tutti i paesi dell’Occidente, benché in direzioni profondamente diverse. Negli Stati Uniti e in Inghilterra attorno al 1920 il diritto di voto fu allargato anche alle donne, oltre che ai nullatenenti, ma il sistema di governo non subì evoluzioni tali da stravolgerne la natura. In altri paesi invece si svilupparono sistemi di governo che, rifacendosi al principio di uguaglianza o al principio di sovranità nazionale, talora a entrambi, portarono a regimi egualitari comunisti (Unione Sovietica), a regimi nazionalisti (Impero prussiano), a regimi nazional-socialisti come quello di Hitler in Germania o di Mussolini in Italia.

Dopo la Seconda guerra mondiale in tutta l’Europa occidentale si costituirono Repubbliche democratiche, rette da costituzioni che dichiarano che la sovranità appartiene al popolo (art. 1 della Costituzione italiana), che la Repubblica ‘riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo’ (art. 2 della Costituzione italiana) ‘sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.’ Con questo brutta frase contorta la nostra Costituzione addossa al cittadino ‘doveri inderogabili’ ancor prima di elencare i suoi diritti. L’art. 3 afferma che ‘Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.’ Rimane però ancora dibattuta e irrisolta a livello globale la questione di chi abbia diritto alla cittadinanza: si è cittadini per diritto inalienabile di nascita, per ereditarietà, o in base a leggi temporanee, variabili a ogni cambio di indirizzo politico?

Abbiamo vissuto bene con queste costituzioni dal 1948 in poi e tutti vorremmo veder funzionare bene le nostre democrazie anche in futuro. Ma dobbiamo affrontare la ri-organizzazione dei nostri sistemi di governo, perché il mondo è cambiato profondamente e rapidamente negli ultimi vent’anni, molti governi democratici non hanno governato il cambiamento in modo efficace e vari settori della società non hanno più fiducia né nei governi, né nella buona volontà delle élite. I compiti che ci toccano perciò sono due: capire perché i sistemi di governo non hanno saputo prevedere e governare il cambiamento in modo da mantenere la fiducia del popolo; quindi cambiare i sistemi di governo per adeguarli alle necessità, ma senza distruggere la democrazia, cioè senza ricorrere alla forza e senza delegittimare nessuna parte della popolazione. 

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