Il sacro, la legge e il potere politico

17/07/2013

Il sacro fonda la solidarietà sociale e fonda le norme che la regolano.  Nelle società umane i legami che mantengono unito il gruppo sono la celebrazione di riti sacri collettivi per mezzo di sacerdoti, la legge e l’autorità di imporla con la forza. Tutti questi elementi − che fondano la società − sono ascritti direttamente o indirettamente alla volontà di un dio.

Il processo che porta all’elaborazione della legge, sulla quale si fonda l’ordine interno, è simile in tutte le società. Gli uomini sanno che senza leggi e senza un’autorità incaricata di applicarle si tornerebbe alla condizione di violenza originaria di cui narrano i miti. Nel mito l’intervento di un ente soprannaturale ha salvato il gruppo, e il gruppo perciò si è messo sotto la sua protezione.  Ma come conoscere la volontà del dio che ci protegge, che per noi è legge? In ogni società storica appaiono personaggi che “manifestano” il volere di dio: indovini sacri, o profeti e sacerdoti, o re che si proclamano di stirpe divina.  Ma perché la società continui a essere salva conoscere la volontà divina non basta: occorre che venga obbedita costantemente. Il dio richiede alla collettività offerte e sacrifici, che i sacerdoti sanno offrire con riti che il dio li gradisce.  La comunità porta le offerte e deve essere presente ai riti, perché il dio riconosca i suoi fedeli.  Un re gradito al dio deve far rispettare la legge con la forza, altrimenti la trasgressione di qualcuno potrebbe far cadere l’ira del dio su tutto il gruppo.  Nelle società più antiche la regalità discende dal cielo direttamente sul sovrano, ed è trasmessa dinasticamente. Soltanto la divinità può togliere la sovranità data. Il sovrano è anche sommo sacerdote. I sacerdoti non hanno l’autorità di opporsi al re.  

Il Faraone era per gli Egizi Neter Nefer, “Dio perfetto”, manifestazione del potere divino in terra, unico mediatore fra gli dei e gli uomini, unico sacerdote, figlio del Dio Sole che lo ha innalzato al trono. Il compito sacro del Faraone è impedire che le forze del caos prevalgano su Maat, la Legge, il principio dell’ordine universale, rappresentata come una figura alata con una piuma sul capo. La piuma di Maat viene usata da Anubi, dio dei morti, per “pesare” le anime.

Gli imperatori giapponesi fanno discendere la loro genealogia direttamente dalla dea del Sole. Per questo la bandiera del Giappone rappresenta il sole. La dinastia dell’attuale imperatore detiene il potere da quattordici secoli.

Anche l’imperatore della Cina era considerato un semidio, Figlio del Cielo, incaricato di rispecchiare e mantenere in terra l’ordine cosmico.

Mosè, profeta, condottiero e legislatore in nome di un Dio unico, è considerato un proprio antenato non soltanto dagli Ebrei, ma anche dai Cristiani e dai Musulmani. Diede a Israele i dieci comandamenti, ricevuti da Dio sul monte Sinai. I principi legali che reggono i rapporti fra gli uomini nella maggior parte dei paesi del mondo sono basati sui dieci comandamenti ricevuti da Mosè.

Quali furono le conseguenze dell’introduzione del concetto di un Dio unico nella storia umana? Se Dio è uno, la sua legge deve essere universale, valere per tutti gli uomini. Se Dio è uno, tutta l’umanità è sotto la sua protezione. Le conseguenze del monoteismo nella storia non furono soltanto positive. Se Dio è uno, chi non riconosce la Legge, o l’interpreta diversamente dai sacerdoti riconosciuti, è ribelle a Dio.  E poiché non ci sono altri dei, chi non è di Dio è di Satana: non ci sono alternative nella mente dei fedeli radicali.  Chi segue l’esempio di Satana, l’angelo ribelle, porta il Male nel mondo oltre che su se stesso, dunque è dovere dei buoni uccidere i seguaci di Satana.  Il monoteismo portò nella storia anche un aumento di intolleranza e l’attitudine a demonizzare i diversi.  Tutti i popoli monoteisti incorsero a lungo nell’intolleranza e nella demonizzazione del diverso. Quando Mosè scese dal Sinai con le tavole della Legge scoprì che durante la sua assenza il popolo si era costruito un idolo, un vitello d’oro. Secondo la Bibbia Mosè ordinò lo sterminio degli idolatri con le parole: ‘‘Dice il Signore, il Dio di Israele: ciascuno di voi tenga la spada al fianco. […]Passate e ripassate l’accampamento da una parte all’altra: uccida ognuno il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio parente “ Si noti che Mosè sostiene che l’ordine di tenere la spada a fianco e uccidere non viene da lui, ma direttamente da Dio.

Ma i monoteismi possono evolversi e rinunciare a giudicare e uccidere in nome di Dio. Dal II secolo in poi gli Ebrei svilupparono un nuovo giudaismo, detto rabbinico, in cui nessuno ha più l’autorità di parlare in nome di Dio. Gli Ebrei religiosi non hanno più tempio, non hanno più sacerdoti, né riti sacri, né gerarchie, né potere politico. Il giudaismo rabbinico consiste nella lettura e interpretazione dei testi da parte dei fedeli sotto la guida di un rabbino. I rabbini non sono sacerdoti: sono dotti, sono maestri. Non parlano in nome di Dio, ma interpretano la legge di Dio, adeguandola alle mutevoli condizioni storiche. Ecco una pagina del Talmud: al centro c’è un versetto biblico, attorno a ogni versetto sono annotate le interpretazioni dei rabbini più famosi. Nessuna interpretazione è “vera”, nessuna interpretazione è “falsa”. Perciò da molti secoli il rischio di intolleranza e di demonizzazione dell’altro da parte del monoteismo giudaico è marginale. Il giudaismo rabbinico è riuscito a mantenere una profonda identità nel popolo ebraico, radicata nella tradizione, e un alto livello di religiosità tramite la costante rilettura del testo della Legge per cercarvi sempre nuovi significati, per reinterpretarlo man mano che la storia e la cultura evolvono. Così ha coniugato tradizione e modernità, religiosità e libertà di pensiero.

Il cristianesimo che − come il giudaismo rabbinico − nacque dal giudaismo di 2000 anni fa, ebbe un percorso più tortuoso verso la tolleranza, parallelo al suo percorso di conquista o di abbandono del potere politico. Dal II secolo fino a pochi decenni fa i Cristiani hanno ripetuto costantemente che ciò che non è di Dio non può essere d’altri che del diavolo. Scrive Tertulliano: “non v’è possibilità di accordo fra il giuramento prestato a Dio e quello prestato agli uomini, fra il vessillo di Cristo e quello del Diavolo, fra il campo della luce e quello delle tenebre”. Per oltre 1800 anni, dal II al XX secolo, i Cristiani hanno sostenuto non solo che gli Ebrei avrebbero ucciso Gesù − cosa storicamente non vera − ma che l’hanno fatto perché strumento del demonio.  In questa illustrazione medievale la sinagoga, a destra, è rappresentata con un diavolo nero in testa che l’acceca, mentre la chiesa, a sinistra, raccoglie l’eredità salvifica del sangue di Cristo.  Dopo il congresso di Nicea del 325, che sancì il dogma della Trinità, dunque la natura divina di Gesù, l’accusa di avere ucciso Gesù – uomo e messia − divenne accusa di aver ucciso Dio: la più grave delle accuse possibili.

Le dispute teologiche fra Cristiani diedero origine nei secoli a cinque grandi correnti e a cinquantasei chiese diverse. L’intolleranza però non venne ridotta, ma moltiplicata dagli scismi. La riforma protestante creò nuove gerarchie indipendenti, ma non in nome del rispetto per altre opinioni. Lutero definì la ragione “la bella fidanzata del Diavolo, in ogni tempo contraria alle leggi divine”. Lutero esigeva dai fedeli fede cieca, e chiese persino la proibizione degli studi di filosofia e di scienza.

I papi raramente ebbero sia il pieno potere sacerdotale sia il pieno potere politico, pur disponendo del diritto di incoronare re e imperatori. I papi dovettero spesso contendere con re o imperatori che non volevano riconoscere l’autorità della Chiesa o con “infedeli” ed “eretici” che non riconoscevano i dogmi vaticani. 

Guerre e stragi interne ai singoli stati o portate all’esterno, ma sempre condotte in nome di Dio, travagliarono la storia dei Cristiani. Ma la mancanza di un unico potere religioso e politico aprì anche opportunità positive. Cittadini e contadini, signori e principi negoziarono di volta in volta il proprio appoggio all’uno all’altro contendente, così ottennero lentamente autonomie e spazi di indipendenza riconosciuti da statuti aventi forza di legge. Di qui a poco a poco sorsero stati laici, fino all’abolizione del potere temporale dei Papi, che si compì del tutto nel 1872. Così il potere e la legge divennero di nuovo indipendenti da Dio, come nell’antichità greco-romana, prima del monoteismo. Gli uomini tornarono a essere responsabili del proprio auto-governo e l’autorità politica dovette aver il riconoscimento dei componenti la società. Spesso non ci rendiamo conti di quanto questa evoluzione sia recente, importante e “scandalosa” per altre culture, perché scardina le strutture di potere tradizionali. Tutti i re e gli imperatori della storia furono tali per diritto divino, fino alla Rivoluzione Francese. Dopo la Rivoluzione Francese si aggiunse la dizione “e per volontà della nazione”. Sul concetto di nazione e di appartenenza nazionale si accesero nuove guerre. Soltanto trecento anni fa il re di Francia aveva il potere assoluto, il sultano turco aveva il potere assoluto ancora cento anni fa, lo Zar di tutte le Russie fu fino al 1919 il difensore e il guardiano dei dogmi della vera religione dei popoli slavi. In base al Codice di Legge del 1833 lo Zar era anche la fonte unica del diritto e della legge.

Napoleone si auto-incoronò re nel 1804, non volendo che a farlo fosse il Papa: presa la corona, se la pose sul capo. La Rivoluzione francese nella sua Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino stabilì che “il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione.’’ Abbiamo dunque abolito l’idea che la fonte del diritto sia Dio? No. La dichiarazione dei diritti dell’uomo della rivoluzione francese si basa sulla dichiarazione di indipendenza americana, che recita:

“Noi consideriamo le seguenti Verità evidenti di per sé

 che tutti gli uomini sono creati eguali,

che essi sono stati dotati di alcuni diritti inalienabili dal loro Creatore,

che tra questi diritti ci sono la vita, la libertà e il perseguimento della felicità.”

Le democrazie si basano dunque sul principio che la legge di Dio sia la libertà e la responsabilità della persona, di tutte le persone. Dio è ancora la fonte – indiretta − del diritto anche nelle democrazie laiche: Dio ci vuole liberi, la vita che ci dà è libertà e responsabilità di scelta. Poi tocca a ciascuno di noi usare questi doni per qualche buon risultato. Questo principio si sta diffondendo nel mondo, anche se più lentamente di quanto speriamo. In molti luoghi l’autoritarismo e il dogmatismo religioso e politico sono ancora molto forti, le società sono spaccate, le guerre civili su base religiosa ed etnica frequenti. Ma l’idea che Dio ci crea liberi − e con pari diritti − è più affascinante di qualunque altro principio religioso e politico espresso nella storia, perciò agisce come un lievito nelle società umane.  

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