Elettori ed élite: che cosa sta cambiando?

10/11/2016

Le elezioni e i referendum negli ultimi tempi smentiscono spesso le previsioni e le opinioni prevalenti fra gli opinionisti, cioè fra le élite, visto che gli opinionisti che scrivono o parlano sui media fanno parte delle élite culturali e politiche già riconosciute, anche quando sono all’opposizione. È segno che gli opinionisti e i politici dell’establishment sono troppo condizionati dalle élite e finiscono col non ascoltare le voci dissonanti, neppure quando sono maggioranza. Ma chi le ascolta e le fa sue vince, anche con promesse che paiono campate per aria. In Colombia, ad esempio, un referendum popolare ha rifiutato un accordo di pace con le FARC faticosamente raggiunto dopo decenni di guerriglia; in Inghilterra è prevalsa la Brexit che non porterà nessun concreto vantaggio agli Inglesi; negli USA è prevalso il rozzo e inesperto Trump contro un establishment politico e culturale esperto e prestigioso. In vari paesi europei negli ultimi anni sono fioriti nuovi partiti populisti con programmi semplicisti e improvvisati, talora basati su idee contraddittorie. Perché?

La maggioranza degli elettori vota con l’occhio fisso sulla propria situazione e su quella della famiglia, dei vicini, dei colleghi – non sui problemi del mondo, né su prospettive che non vedono a portata di mano. Gli elettori che per qualunque motivo hanno visto peggiorare le proprie condizioni di vita sotto gli ultimi governi e temono che il peggioramento continui votano per il cambiamento, per l’opposizione. Nei periodi di trasformazioni accelerate però anche l’opposizione tradizionale viene percepita come facente parte del sistema che non ha funzionato, perciò a volte acquistano improvvisa e inaspettata popolarità nuovi politici dotati di due caratteristiche: una grande energia e l’uso di un linguaggio molto semplice e molto duro, da lottatore aggressivo e cattivo. L’esempio di Hitler negli anni ’30 rimane paradigmatico. Se poi i discorsi oltre che ‘cattivi’ ed energici sono anche contradditori o irrealistici, molti elettori non ci badano, se vi trovano conforto per l’insoddisfazione del loro presente e l’ansia del futuro.

I Colombiani che hanno votato contro l’accordo di pace non hanno voluto votare contro la prospettiva di pace, ma contro il ‘comodo’ perdono delle bande criminali che hanno terrorizzato il paese per decenni. Gli Inglesi che hanno votato contro l’Unione Europea non hanno voluto votare contro l’integrazione economica e finanziaria, ma contro l’immigrazione e la disoccupazione. Gli elettori americani che oggi si sentono indeboliti e sconfitti sia in quanto operai delle grandi industrie delocalizzate, sia in quanto militari e patrioti, hanno votato per un Trump guerriero e ‘macho’, non per la figura femminile di Hillary, per quanto rassicurante potesse essere la sua conoscenza ed esperienza.

L’atteggiamento degli elettori appare talora insensato a chi è abituato a guardare alle cose dall’alto e a pensare in modo strategico al futuro, perché è frutto di uno sguardo rivolto alle immediate vicinanze e all’oggi, cioè di uno sguardo che giudica il frutto delle politiche passate, non le possibilità future. Ma un governante, qualunque governante, deve avere l’occhio rivolto lontano nel tempo e nello spazio e saper pensare in modo strategico. Nell’arco di qualche mese si potrà intravedere che tipo di governante sarà Trump in realtà, come riuscirà a guardare lontano, con l’aiuto dei suoi consiglieri.

 

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