Più o meno violenza
nell’evoluzione storica?

12/08/2015

Sostiene Ian Morris in War! What is it Good For? (pubblicato nel 2014) che uno sguardo sulla storia umana attraverso i millenni – anzi, attraverso gli ultimi 20000 anni − mostra che le guerre ci hanno lentamente portati a creare società sempre più allargate e governi sempre più efficaci nel proteggere i cittadini dalla violenza indiscriminata. Le guerre sono diventate progressivamente più distruttive, ma i governi hanno imparato a pacificare le popolazioni all’interno degli stati, perciò il tasso di morte violenta si è grandemente ridotto nel tempo. Morris ha calcolato che 10000 anni fa gli uomini avevano dal 10 al 20% di probabilità di morte violenta; nel XX secolo la probabilità variava, a seconda dei decenni e dei continenti, dall’1 al 2%; nel primo decennio del nuovo secolo è stata dello 0.70%. 

Morris sostiene che questo miglioramento non è dovuto all’evoluzione del livello spirituale e morale degli esseri umani (che probabilmente c’è, ma potrebbe essere più conseguenza che causa della pacificazione), tanto quanto alla sempre più frequente affermazione di ‘superstati’ che tendono ad acquisire un’egemonia globale e a comportarsi come ‘poliziotti del mondo’, per lo meno nelle parti di mondo che rientrano nelle loro sfere di interesse. Tali sono stati prima l’Inghilterra e poi gli Stati uniti negli ultimi 200 anni. Prima di loro furono poliziotti del mondo i grandi imperi di lunga durata, da quello romano a quello ottomano a quello cinese.  

Gli studiosi concordano sul fatto che le probabilità di morte violenta sono andate lentamente decrescendo attraverso la storia umana. Trova invece opposizione veemente in larghe porzioni dell’opinione pubblica la spiegazione delle cause identificate da Morris. Gli oppositori vedono la storia come frutto dell’evoluzione delle idee e della moralità umana, più che frutto dell’evoluzione delle istituzioni e della tecnologia. Dice Morris che chi crede che la molla della storia sia l’evoluzione delle concezioni morali tende a usare nei conflitti (sia accademici, sia politici, sia fisici) l’arma della delegittimazione morale dell’avversario. È un tipo di conflitto che, pur sembrando più ‘morale’, può diventare più distruttivo dei conflitti apertamente basati su questioni di interesse economico e di potere politico. Sono conflitti rivestiti di ‘superiorità morale’ tutti i conflitti di religione. Fu rivestita di alta valenza ‘morale’ la presa del potere da parte dei comunisti nel XX secolo, e anche la guerra nazista per la conquista di Europa, che allora fu ‘venduta’ alle masse come guerra di purificazione della razza, non come guerra di predazione e di sterminio, quale effettivamente fu.

A un convegno internazionale tenuto in luglio a Las Vegas proprio sul tema della guerra e della violenza nella storia, Morris si è trovato a combattere soprattutto contro l’argomento del ‘bambino morto’, cioè contro la tesi sostenuta da anni dal palestinese Zihad abu Zihad, secondo cui l’opinione pubblica internazionale, perciò prima o poi anche i governi, è molto più sensibile all’orrore morale del veder morire bambini innocenti, che non alle discussioni degli interessi geopolitici e strategici.

Alla fine del dibattito di Las Vegas gli uditori sono stati chiamati a votare in favore delle due tesi discusse e Morris si è trovato in minoranza, ma di poco. Un risultato significativo, dato che il convegno era stato organizzato dai suoi oppositori, non da lui, e l’uditorio all’inizio sembrava in grande maggioranza contrario alle sue tesi, a giudicare dagli applausi.

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