Il ruolo dei leader politici

28/05/2018

Tratto da un articolo di George Friedman, in Geopolitical Futures del 16 maggio 2018.

 

Molti si chiedono ossessivamente quali saranno le prossime decisioni dei leader politici. Donald Trump, Xi Jinping, Kim Jong Un e molti altri prendono decisioni che determinano il corso delle nostre vite? In fin dei conti è confortante pensare che ci sia qualcuno al comando, qualcuno da lodare o da incolpare, da osservare e psicoanalizzare. Il mondo è troppo vasto, impersonale e impossibile da capire se non crediamo che qualcuno – un leader o talora una cospirazione nascosta – sia la causa degli eventi che modellano le nostre vite. I politici in cerca di potere alimentano l’idea di essere gli unici e certi detentori della capacità di guidare milioni o centinaia di milioni di persone verso la felicità. I re vogliono governare e noi vogliamo che i re governino. Questa visione del potere politico attutisce la realtà ma la falsifica.

La storia, come l’economia, è un ampio dispiegarsi di milioni di decisioni ed eventi. L’idea che una persona o gruppi di persone controllino questo processo, è fuorviante. È impossibile per qualsiasi leader politico essere consapevole della miriade di eventi che modellano una nazione dall’interno e dall’esterno, tanto meno controllarli. Persino i leader più potenti alla fine governano attraverso una struttura. Danno ordini ai loro subordinati, che a loro volta danno ordini ad altri subordinati, che poi lavorano all’interno di una ampia società per cercare di attuare gli ordini. Gli apparati hanno i propri interessi, il mondo è pieno di conseguenze impreviste. Anche se le istruzioni sono eseguite alla lettera, possono dare risultati inaspettati.

Inoltre i politici non possono imporre la loro volontà alla società con la forza, ma devono allinearsi o creare coalizioni. Il leader è a sua volta condizionato da una nascosta varietà di eventi, di mutamenti minuziosi, di piccole decisioni altrui: la resistenza a questi processi può distruggerlo.

Prendete Hitler o Stalin per esempio. Nella miseria e nel caos sociale che seguirono la sconfitta della Germania nella Prima guerra mondiale, Hitler poté attingere a strati profondi di rabbia. Non creò lui le circostanze che lo portarono al potere, ma vi si allineò. Divenne ciò che la gente voleva. Il suo controllo era limitato da una burocrazia notoriamente caotica e frammentata. Vero è che, se Hitler fosse intervenuto, i singoli burocrati gli avrebbero obbedito, ma non poteva né sapere né controllare che cosa facevano: la struttura del potere si appoggiava sulla società, più ampia.

Stalin emerse perché aveva ben capito il concetto marxista-leninista della dittatura del proletariato. Prese il controllo del Partito comunista e del paese avendo capito che il paese, distrutto dalla Prima guerra mondiale e da un secolo di inefficienza, stava scoppiando. Sapeva anche che la burocrazia – di cui lo zar aveva perso il controllo – era il problema. Istituì perciò una campagna di terrore assassinando quasi a caso i membri dell’apparato burocratico, aumentando così la probabilità che gli ordini futuri sarebbero stati eseguiti. Ma gli ordini che dava erano dettati dalla realtà sul campo. L’Unione Sovietica aveva bisogno di sviluppo industriale o sarebbe collassata. Perciò l’Unione Sovietica aveva bisogno di tecnologia dall’estero, che avrebbe potuto pagare soltanto con prodotti agricoli. Sottrarre tali prodotti ai contadini li avrebbe portati alla fame, ma non farlo avrebbe portato l’Unione Sovietica alla rovina. Stalin creò terrore e fame, ma reagendo alla realtà che gli si era presentata. Altri probabilmente non avrebbero agito così, ma non è certo che l’Unione Sovietica sarebbe sopravvissuta con altri metodi. Stalin si piegò alla realtà, e la sua realtà richiedeva spietatezza.

Ciò non significa assolvere Stalin o Hitler dei loro peccati – che commisero con facilità, il che ci dice qualcosa sulle loro anime − ma vi furono indotti dalle circostanze.

Hitler e Stalin sono esempi estremi. Erano dittatori i cui capricci venivano seguiti dal popolo, ma perché avevano capito il loro popolo molto meglio degli altri e si erano allineati a quella realtà. Persino l’estrema tirannide è vincolata. Anche il potere dittatoriale deriva dall’obbedienza alla realtà e dalla ricerca di modi per gestire il caos e la resistenza degli apparati. Sia Hitler che Stalin affrontarono lo stesso problema di chi avrebbe controllato i controllori. Nessuno dei due controllò davvero l’enorme numero di decisioni sociali, economiche e politiche prese mentre la società avanzava.

Nelle democrazie liberali il comando è ancor più complesso. I governanti devono prima cogliere i bisogni del paese, quindi governare attraverso burocrazie che per lo più non possono designare, che non conoscono e da cui non sono temuti. Tutti sanno che gran parte della vita non è controllata dallo stato, e quando il governo tenta di acquisire più controllo i suoi sforzi sono minati da resistenza, indifferenza e incompetenza. Hitler e Stalin non avevano limiti di tempo, avrebbero governato fino alla morte. Nelle democrazie liberali tutti sanno quando scade il termine del governo: basta aspettare il momento che se ne vada e poi cercar di ribaltare quel poco che il governo è riuscito a cambiare.

Si dà ovunque troppo peso ai capi politici, supponendo che prendano decisioni proprie e che tali decisioni siano realizzate, ma non è così. Negli Stati Uniti Trump è stato eletto a causa di una profonda divisione nella società americana sugli interessi economici e sui valori morali. Ha dato la priorità a una parte ed è prigioniero di quella parte nel governare. In Cina Xi è stato fatto presidente con poteri straordinari perché la Cina è preda di una crisi economica generazionale. Xi è onnipotente finché si concentra su questo problema e lo risolve. In Russia Putin è presidente di un paese tenuto insieme dal trauma della caduta dell’Unione Sovietica e dalla natura della società russa. Ha promesso prosperità e il ritorno della Russia alla sua grandezza, ed è onnipotente finché si concentra su questi temi.

I governanti emergono perché capiscono il momento storico e vi si sottomettono. Sono impegnati in un costante braccio di ferro con l’apparato burocratico. L’idea che i governanti decidano indipendentemente quale direzione prendere è un’illusione. Hanno davanti a sé un menu di opzioni con poche scelte, spesso soltanto una. L’idea che il loro volere sia tradotto in realtà è altrettanto dubbia. I leader politici posso far finta di vedere ogni dettaglio, ma in realtà non è vero. Anche il più potente dei dittatori è in volo cieco.

Tutti sanno che in economia opera l’invisibile mano del mercato (secondo Adam Smith): la grande economia ha i propri ritmi indipendenti dalla volontà di chiunque, conseguenza di milioni di piccole decisioni prese da individui privi di rilievo. Quando si parla di politica, invece, le persone non riescono a concepire che c’è lo stesso sterminato numero di forze in gioco.

Non ci piace pensare a leader impotenti o in trappola. L’idea che il potere sia guidato da forze impersonali è perfino più spaventosa dell’idea che lo sia la ricchezza. Che li si consideri buoni o cattivi, si crede che i leader politici possano scegliere la direzione della realtà. L’idea che qualcuno sia al comando e che potrebbe essere persuaso da ragionamenti ci fa sentir bene. Meglio essere guidati dal diavolo che da forze impersonali incontrollabili.

Il mondo è ragionevole, ma non persuadibile. La geopolitica si basa sull’idea che i grandi leader capiscano la realtà in cui vivono e vi si sottomettano per guadagnare posizioni, ma che il potere sia costituito da forze impersonali. La geopolitica prende atto che demoni e dèi nascono dal terreno della necessità. Non è un argomento contro la moralità in politica, ma sposta la considerazione morale al livello oscuro in cui milioni di individui compiono scelte minori che sfociano in una forza irresistibile che intrappola i leader. I leader possono e sanno parlare e con le parole modellano il discorso pubblico. Ma è un discorso che non può essere rovesciato. Milioni di piccole decisioni prese prima di loro e non da loro creano la realtà, ed essi devono seguirla.

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