Cittadinanza e globalismo

02/08/2017

Nei momenti di crisi tendiamo a polarizzarci in campi rivali rispetto al tema critico del momento. Cent’anni fa, alla fine della Prima guerra mondiale, lo scontro fu fra nazionalisti e social-comunisti, ma rapidamente si trasformò in scontro fra dittature razziste e democrazie universaliste. Dopo la Seconda guerra mondiale lo scontro fu fra liberisti democratici e statalisti comunisti. Oggi lo scontro ideologico e politico è fra globalisti e nazionalisti. Lo scontro probabilmente è soltanto all’inizio, diventerà acuto e prima o poi sfocerà in nuovi equilibri internazionali, nuove istituzioni di governo e un nuovo tipo di sviluppo economico.

Semplificando molto le posizioni dei due campi, possiamo dire che i globalisti accolgono con gioia le possibilità di interconnessione globale costituite da comunicazioni istantanee, trasporti veloci economici e automatizzati, sistemi di produzione che coinvolgono varie parti del globo nel progettare, costruire e utilizzare un singolo bene, utilizzando tecnologie comuni. La globalizzazione permette un rapido sviluppo dei paesi arretrati, che ne guadagnano grandemente, e accelera i processi di urbanizzazione.

I globalisti vedono un futuro in cui il globo sarà costellato di enormi città connesse in rete, ognuna delle quali dovrà provvedere servizi ai cittadini: acqua, elettricità, cibo, trasporti, scuole, sanità, abitazioni, riqualificazione dei disoccupati, sicurezza… I poteri effettivi di governo dovranno essere esercitati a livello dei grandi agglomerati metropolitani, non più a livello nazionale. Oggi circa la metà della popolazione globale vive già in aree urbane; si prevede che entro il 2050 il 75% delle persone al mondo vivrà in mega-città. Questo creerà un enorme stress ambientale, per prevenire il quale occorre già ora mettere in atto politiche di salvaguardia dell’ambiente pur nello sfruttamento intensivo delle risorse. Rientrano in questa visione tecnologie come quella degli orti verticali, degli edifici a moduli, o nuovi tipi di batterie più efficienti. L’idea è che il processo di globalizzazione è in atto, non si può arrestare né conviene arrestarlo, occorre invece studiare e applicare soluzioni tecniche a tutti i problemi attuali e futuri, sviluppando così una nuova economia in cui le aziende innovatrici sostituiranno i governi nazionali nel provvedere soluzioni applicabili a livello locale, perché le soluzioni richiederanno tecnologie sempre più avanzate.

Per i globalisti il nazionalismo è soltanto una parola che evoca chiusura culturale, propaganda e guerra. Prediligono le istituzioni sovranazionali per la difesa (NATO), per le politiche sociali e di cittadinanza (Unione Europea), per gli accordi commerciali (WTO). I globalisti danno per lo più per scontato che USA ed Europa siano leader globali e non hanno affatto la sensazione che questa situazione stia per cambiare, tanto meno che sia già cambiata. I globalisti sono in maggioranza giovani orientati positivamente al futuro, che nel passato vedono oscurantismo e tipi di realtà ormai superati.

I nazionalisti tendono a essere più anziani e considerano i globalisti degli illusi che non capiscono la realtà umana, sociale e politica. Li vedono anche come imbelli, convinti che le rivalità si giochino soltanto a livello intellettuale e cognitivo, non emotivo e fisico. I nazionalisti chiedono di tornare a prendere nelle proprie mani il controllo del proprio territorio e del proprio futuro. Non vedono i benefici della globalizzazione, ma piuttosto la tragedia della disoccupazione e della sotto occupazione, la sparizione della classe media. Non vogliono aspettare rimedi futuri ai problemi veri e immediati che le persone vivono oggi. Vogliono soluzioni politiche subito, non vogliono accrescere i problemi dei nuovi poveri che hanno perso il lavoro o che, pur lavorando, non riescono più a mandare i figli all’università. Né vogliono accettare l’immigrazione di grandi quantità di altri poveri da altri paesi.

I nazionalisti pensano che le istituzioni dello stato, che negli ultimi dieci anni hanno permesso l’impoverimento di larghi strati della società, vadano riformate per recuperare i valori della solidarietà interna e per proteggere meglio le libertà personali raggiunte dai cittadini delle società occidentali nello scorso secolo. Utilizzano sistemi di informazione privati (twitter e tutti i social) alternativi al giornalismo ufficiale, accusato di essere al soldo delle aziende globali e di promuovere soltanto le idee e gli interessi dei globalisti. Rifiutano i lacci e lacciuoli degli accordi sopranazionali, per recuperare libertà di azione e di decisione. Considerano un’idiozia il concetto di ‘cittadinanza globale’, perché ritengono che i poteri politici possano operare soltanto entro limiti territoriali ben precisi per essere efficaci.

‘Non c’è un inno globale. Non c’è una moneta globale. Non c’è un certificato di cittadinanza globale. Noi giuriamo fedeltà a una bandiera, ed è la bandiera americana’ ha dichiarato Donald Trump durante la campagna elettorale, e questa frase è la chiave del consenso che l’ha portato alla presidenza. Theresa May ha dichiarato, il linea con lo stesso pensiero: ‘Se credete di essere cittadini del globo, non siete cittadini di nessun paese’. E Marine Le Pen: ‘Oggi la linea divisoria non è fra la destra e la sinistra, ma fra i globalisti e i patrioti’.

Nazionalità e cittadinanza sono concetti carichi di connotazioni emotive e di interpretazioni storiche diverse, ma sostanzialmente la cittadinanza è l’insieme dei diritti di cui una persona gode, che le istituzioni della comunità proteggono e che ogni persona è pronta a difendere anche con la guerra. Quante persone sarebbero pronte a proteggere con la guerra l’accordo di Parigi o l’ONU o persino l’Unione Europea? La cittadinanza è ancora vissuta soltanto a livello nazionale. Neppure i globalisti più accesi sarebbero pronti a combattere in nome di un accordo globale, ma dovrebbero essere motivati dalla necessità di proteggere il loro territorio e i diritti della loro comunità. Quando ci si avvicinò alla Seconda guerra mondiale la Russia di Stalin abbandonò ogni propaganda internazionalista di classe e adottò una intensa e tradizionalissima propaganda di difesa della madre patria, usando temi fortemente nazionalisti. Intensamente nazionalisti sono oggi i Cinesi e gli Indiani, benché siano grandi sostenitori della globalizzazione economica che ha aiutato e aiuta i loro paesi a uscire dalla povertà e dal sottosviluppo tecnologico.

È bene che non confondiamo i fenomeni di globalizzazione tecnologica, produttiva e commerciale − e le sue ricadute culturali ristrette a piccole élite − con la globalizzazione dei diritti di cittadinanza, perché per ora non soltanto non esiste nessun livello di protezione globale dei diritti, ma non esistono emozioni profonde che spingano le persone a combattere e morire per i diritti di persone al di fuori della comunità di appartenenza. Tutte le istituzioni di difesa e di protezione delle persone e dei loro diritti sono a livello comunitario locale o a livello nazionale, in ogni parte del mondo – anche la protezione dei fondamentali diritti umani. In attesa che si sviluppino emozioni e istituzioni di cittadinanza globali è bene che badiamo a far funzionare egregiamente le istituzioni degli stati nazionali, se abbiamo cari i diritti di cittadinanza di cui godiamo.

 

 

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