La geopolitica di Donald Trump

03/09/2019

Liberamente tratto da un saggio di George Friedman per Geopolitical Futures

L’analisi di Friedman si può trasporre ad altri paesi, inclusa l’Italia, perché i fenomeni descritti riguardano tutte le società occidentali post-industriali, pur fra le differenze locali. Anche il concetto di imperativo geopolitico nazionale, indipendente da posizioni intellettuali e morali, si applica a qualunque nazione o stato. Quali sono gli imperativi geopolitici dell’Italia? Invitiamo i lettori a risponderci, pubblicheremo le risposte.

 

Donald Trump suscita sentimenti contrastanti, ma sempre forti: lo si ama o lo si odia. Ciò dipende dalla sua personalità ma anche dalla nostra generale tendenza a sovrastimare il potere dei leader politici. Molti pensano che la volontà politica del leader sia determinante. È comprensibile: vogliamo pensare che ci sia un responsabile, una persona da ritenere colpevole se le cose vanno male. L’idea che il presidente faccia quello che le circostanze gli consentono di fare e che siano altri fattori a determinare le nostre vite è spaventosa, ma corrisponde a verità. Certo, il presidente può prendere decisioni, ma le questioni più importanti e dirimenti sorgono in contesti complessi, in cui problemi e soluzioni sono sormontati da circostanze sulle quali neppure il presidente può incidere.

Uno dei principi di base della geopolitica è che le nazioni sono entità complesse e ingarbugliate, che perseguono i loro interessi. I leader, democratici oppure no, non si impongono sulla nazione, ma ne sono l’espressione, perché si intonano alle sue complessità e così si aprono lo spazio per diventare leader. Restano però creature delle forze che li hanno portati al potere.

Guardando ai risultati del 2016 si nota subito che Hillary Clinton ha dominato sulla costa nordorientale e occidentale, mentre Trump ha conquistato il resto del paese, con l’eccezione di Illinois, Minnesota, New Mexico, Colorado, Nevada e Hawaii. La Clinton ha ottenuto più voti, ma il suo sostegno era concentrato in stati molto popolosi e il sistema elettorale americano è stato pensato dai padri fondatori in maniera tale che non si possa diventare presidenti ottenendo la maggioranza soltanto nelle regioni più popolose, tagliando fuori le aree rurali. Alla base di questa divisione geografica c’era uno scarto economico, sociale e culturale maturato negli ultimi decenni con l’emergere di un’economia basata sull’high-tech e sulla finanza, che ha creato profonde disuguaglianze nel paese. Quando l’industria automobilistica era uno dei settori forti dell’economia statunitense l’area di Detroit era una delle regioni più ricche d’America, ma il centro economico del paese si è spostato con l’emergere della new economy, concentrata nella West Coast, e del settore finanziario, concentrato a New York e a Boston. Tra i settori della nuova economia e la “vecchia” produzione industriale si è creato un divario sempre più profondo, di carattere anche culturale. La spaccatura culturale tra settori economici diversi non è affatto un fenomeno nuovo: esisteva già all’inizio del XX secolo tra la nuova classe lavoratrice inurbata e quella rurale e fu poi aggravata dall’arrivo di nuovi immigrati che si inserivano nel mondo della produzione industriale. L’evoluzione del sistema produttivo ha comportato un’evoluzione sociale, l’evoluzione sociale ha comportato tensioni culturali e queste hanno determinato un nuovo “ordine geografico”.

La base della produzione industriale si trovava in quella che ora viene chiamata la rust belt − l’area tra le Montagne Rocciose e le Appalachi − che ha pagato le conseguenze di diversi fenomeni concatenati:

-          gli acquisti dei consumatori si sono spostati dalle manifatture ai servizi e ai prodotti digitali;

-           le aziende straniere si sono conquistate sempre maggior spazio e quelle americane hanno delocalizzato la produzione per restare competitive;

-           i lavoratori del settore produttivo hanno iniziato a considerare le élite irrispettose dei loro valori e indifferenti ai loro bisogni e si sono sentiti abbandonati, proprio mentre le politiche identitarie riconoscevano diritti agli appartenenti a fasce “deboli” (afroamericani, ispanici, donne e membri della comunità lgbt), ma non si curavano dei lavoratori bianchi disoccupati che abitavano il centro del paese.

Bisogna poi considerare un ulteriore elemento: il capitalismo globalizzato si basa nelle regioni che hanno un basso costo del lavoro e puntano alle esportazioni. Alla fine del XIX secolo gli Stati Uniti corrispondevano a questo identikit, ma in un sistema globalizzato i paesi ad alto reddito e con economie avanzate sono costretti a produrre beni e servizi molto più sofisticati, lasciando che i paesi più poveri producano beni più semplici a costi molto bassi e crescano grazie alle esportazioni. Queste dinamiche hanno conseguenze sociali su base geografica. Negli Stati Uniti questo fenomeno, iniziato alla fine degli anni ’80, ha creato una spaccatura: costa nordorientale e occidentale hanno tratto grandi benefici dal libero scambio, mentre chi viveva al centro del paese ne è stato vittima. Le elezioni del 2016 sono state caratterizzate in primo luogo dalla contrapposizione degli interessi fra queste due parti. Il paese era sostanzialmente diviso in due e Trump ha saputo riconoscere questa spaccatura e trarne vantaggio, costruendo la propria base di consenso attorno alla classe lavoratrice bianca, disillusa e impoverita.

A partire dal secondo dopoguerra la politica estera statunitense è stata improntata all’internazionalismo e al multilateralismo, una combinazione di libero mercato e partecipazione a organismi internazionali e alleanze di difesa. Ma la base elettorale di Trump non è certo internazionalista − molti di coloro che ne fanno parte si ritengono vittime del libero scambio e ne sono spaventati − rifiuta l’idea di un’immigrazione incontrollata e non vuole che gli Stati Uniti restino invischiati in un rigido sistema di alleanze per cui rischiano di trovarsi coinvolti in guerre in cui non sono in gioco i loro interessi vitali. È curioso che quasi nessuno riconosca che oggi Trump – sia sul libero scambio che sull’immigrazione – difende posizioni che storicamente, almeno dal New Deal all’epoca di Reagan, sono state di sinistra, appannaggio dei sindacati e della parte più liberal della società americana. Questo ci dice come le idee possano spostarsi di campo e quanto la geopolitica non si preoccupi della coerenza intellettuale.

Gli Stati Uniti hanno cinque imperativi geopolitici permanenti: dominare il Nord America; prevenire attacchi dal Sud America; controllare il Pacifico orientale e l’Atlantico occidentale per mettere in sicurezza il territorio nazionale; controllare gli oceani per controllare le rotte commerciali; prevenire l’emergere di potenze egemoni in Eurasia. Ogni nazione ha obblighi imperativi che non sono dettati dalle diverse linee politiche di chi è al potere ma dalla necessità, né hanno alcuna dimensione morale. A una nazione non viene riconosciuto d’ufficio o dall’alto il diritto di sopravvivere, se vuole sopravvivere deve riuscire a fare quel che le serve per mettersi in sicurezza.

Gli Stati Uniti hanno raggiunto in passato i loro primi quattro imperativi geopolitici. Il quinto − ossia prevenire l’emergere di una potenza egemonica in Eurasia − è un processo ancora in corso, che ha visto gli USA impegnati nella Prima e nella Seconda guerra mondiale, nella Guerra fredda e in altri conflitti minori. Fino alla fine della Guerra fredda, si è trattato di contenere grandi potenze come la Germania, il Giappone o l’Unione Sovietica. Ma con la sconfitta della Germania e del Giappone nella Seconda guerra mondiale e il collasso dell’URSS a inizio anni ’90, gli Stati Uniti hanno perseguito questo quinto imperativo cercando di mantenere l’equilibrio di potenza tra i paesi più piccoli. Ne sono conseguite guerre “minori” come quella in Corea, Vietnam, le Guerre del Golfo, Kosovo, Afghanistan e Iraq. Per perseguire questo scopo strategico gli Stati Uniti hanno creato diverse alleanze, dalla NATO e varie coalizioni ad hoc. Hanno trionfato nelle guerre totali o in guerre potenzialmente totali, ma in questi conflitti minori hanno collezionato una serie di insuccessi perché hanno incontrato la resistenza di forze che vedevano in ballo il proprio destino ed erano molto più interessate all’esito del conflitto di quanto lo fossero gli Stati Uniti. Per gli USA si pone dunque la questione del valore delle alleanze in essere, dell’efficacia dell’impiego diretto della forza e dalla capacità della leadership americana nel definire chiaramente gli obiettivi delle guerre locali.

Più che su queste questioni, gli elettori americani si sono spaccati su un altro aspetto che riguarda la posizione del loro paese in ambito internazionale: quella che si potrebbe riassumere come la contrapposizione tra internazionalismo e nazionalismo. Gli internazionalisti sostengono che gli Stati Uniti debbano essere profondamente coinvolti nei processi e nelle istituzioni internazionali, nei quali devono collaborare con le altre nazioni con spirito multilaterale, ritenendo che ciò corrisponda al contempo all’interesse nazionale e a un imperativo morale. I nazionalisti ritengono invece che gli Stati Uniti siano sovraesposti e che restare invischiati in alleanze di cui sopportano la maggior parte del peso non faccia che aumentare il rischio di essere coinvolti in guerre che non sono nell’interesse del paese. Inoltre ritengono che sia insostenibile continuare a usare la forza se questa non raggiunge gli obiettivi prefissati.

Nell’elaborare la politica estera i presidenti sono influenzati dalla loro base elettorale e la base di Trump è costituita da lavoratori del settore industriale in declino. Per questi elettori il mondo è pericoloso, la loro prospettiva è nazionalista e sono propensi a non farsi coinvolgere in organismi internazionali e in guerre che non ritengono necessarie per difendere interessi primari. Perciò Trump preferisce approcciarsi alle questioni di politica estera con un diverso strumento, che è stato comune a tutti i presidenti ma che è diventato centrale nella sua politica estera: la guerra economica a suon di sanzioni, embarghi e dazi. In questo modo Trump mira a diversi risultati: minare la stabilità del paese che vuole colpire, evitare l’impiego della forza militare come prima risorsa per risolvere le controversie e compattare la propria base politica. Questa politica delle sanzioni turba gli oppositori di Trump, i cui interessi sono legati a filo doppio ai mercati internazionali e al libero flusso di capitali e di beni, ma piace a quelli per cui il libero scambio è diventato sinonimo di sofferenza economica.

Se si analizzano le azioni compiute finora da Trump − non badando alla retorica ma solo ai fatti − si nota proprio la predilezione per strumenti di ritorsione economica a discapito dell’uso della forza militare. È quel che è accaduto con il Messico, sui cui prodotti Trump ha imposto pesanti dazi per costringere il governo messicano a politiche più incisive nel contrasto dell’immigrazione clandestina verso gli USA. Anche alle pericolose minacce nucleari della Corea del Nord non ha risposto con azioni militari ma con sanzioni e negoziati. Il caso più eclatante della politica dei dazi di Trump è quello con la Cina, trasformata dal presidente nel capro espiatorio della deindustrializzazione degli Stati Uniti: Trump ha dato il via a quella che viene definita una vera e propria “guerra dei dazi”, mantenendo comunque aperti i negoziati con Pechino. Sono le sanzioni economiche lo strumento principe anche nella contrapposizione a quello che l’amministrazione americana ritiene uno dei pericoli più gravi, un Iran che ha ormai esteso largamente la propria influenza in Medio Oriente. Oltre a sanzioni abbastanza severe da creare serie tensioni a Teheran, Trump ha contribuito a creare un’alleanza in funzione anti iraniana che comprende tra gli altri Israele, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti.

Per quanto riguarda l’Europa, gli USA non hanno modificato sostanzialmente la NATO, ma hanno chiesto una maggiore partecipazione da parte degli Europei, in primo luogo in termini di budget. Nell’ottica di frenare l’egemonia russa sostengono l’Ucraina e hanno stanziato truppe in Polonia e in Romania. Hanno inoltre inasprito il programma di sanzioni contro la Russia che era stato messo in piedi da Obama dopo la rivoluzione ucraina. Le pressioni dovute alle accuse di collusione con la Russia hanno reso Trump ancora più propenso a prendere pubblicamente misure contro Mosca in un quadro che però resta coerente con la sua strategia globale.

Se dunque i suoi predecessori hanno impiegato un mix di misure economiche e militari − il cui equilibrio era determinato dalle circostanze − Trump finora ha cercato di evitare l’opzione militare, sfruttando la ritorsione economica come strumento per costringere gli avversari a modificare le proprie politiche. Nel prendere queste decisioni, come ogni suo predecessore è influenzato dalla base economica e sociale che lo ha eletto e da quello che la storia (e la geopolitica) gli impongono. Non è dunque questione di dirci se ci piace o non ci piace Trump, cosa irrilevante sul lungo periodo: è la geopolitica a comandare, non Donald Trump. 

Trump preferisce approcciarsi alle questioni di politica estera con un diverso strumento: la guerra economica a suon di sanzioni, embarghi e dazi. Questa politica turba gli oppositori di Trump, i cui interessi sono legati a filo doppio ai mercati internazionali e al libero flusso di capitali e di beni, ma piace a quelli per cui il libero scambio è diventato sinonimo di sofferenza economica.

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