La Cina, l’Italia e la modernità

20/11/2015

Fukuyama sostiene che nelle società a basso tasso di fiducia, quelle in cui le persone si fidano poco dei concittadini e delle istituzioni, perciò fanno più affidamento sui legami familiari − come avviene in Cina e nell’Italia meridionale – è difficile sviluppare attività che richiedono organizzazioni molto grandi, ben più ampie della cerchia familiare. Pelletteria o abbigliamento possono essere disegnati e venduti da gruppi di poche persone con lo stesso cognome, ma l’industria automobilistica o quella aerospaziale richiedono la collaborazione di un gran numero di persone, dunque occorre un alto grado di fiducia tra estranei, che scarseggia sia in Italia che in Cina. Eppure nei dieci anni trascorsi da quando è stato pubblicato ‘Trust’ la parte costiera della Cina ha mostrato una straordinaria capacità di creare, organizzare e gestire imprese molto grandi: cantieri navali, ferrovie e industrie aerospaziali e automobilistiche. La tesi di Fukuyama è sbagliata? Oppure i Cinesi hanno imparato a fidarsi l’un l’altro?

Fukuyama sostiene che nelle società a basso tasso di fiducia, quelle in cui le persone si fidano poco dei concittadini e delle istituzioni, perciò fanno più affidamento sui legami familiari − come avviene in Cina e nell’Italia meridionale – è difficile sviluppare attività che richiedono organizzazioni molto grandi, ben più ampie della cerchia familiare. Pelletteria o abbigliamento possono essere disegnati e venduti da gruppi di poche persone con lo stesso cognome, ma l’industria automobilistica o quella aerospaziale richiedono la collaborazione di un gran numero di persone, dunque occorre un alto grado di fiducia tra estranei, che scarseggia sia in Italia che in Cina. Eppure nei dieci anni trascorsi da quando è stato pubblicato ‘Trust’ la parte costiera della Cina ha mostrato una straordinaria capacità di creare, organizzare e gestire imprese molto grandi: cantieri navali, ferrovie e industrie aerospaziali e automobilistiche. La tesi di Fukuyama è sbagliata? Oppure i Cinesi hanno imparato a fidarsi l’un l’altro? L’attenzione di Fukuyama per il ruolo della fiducia si ritrova in due grandi opere successive: ‘Le origini dell'ordine politico’ (2011) e ‘Ordine politico e decadenza politica’ (2014). Questi due possenti saggi tracciano le origini e l’evoluzione delle organizzazioni politiche dalle loro prime radici nella biologia dei primati fino ai giorni nostri. La sua tesi è piuttosto semplice: non dobbiamo dare per scontato che, quando le società raggiungono la piena modernizzazione, la democrazia liberale vi spunterà come un fungo dopo un temporale. Dopo l’analisi di molte storie di costruzione di nazioni e di stati, Fukuyama conclude che ci possono essere non uno, ma molteplici percorsi di modernizzazione e di sviluppo. Confrontando la storia della formazione degli stati in Cina, Europa continentale, Russia, America Latina, Regno Unito, Nord America e Africa − quasi l’intero mondo − Fukuyama sottolinea la diversità dei percorsi della loro modernizzazione: “In Gran Bretagna e in America la modernizzazione economica ha generato una mobilitazione sociale che a sua volta ha creato le condizioni necessarie per l’eliminazione del mecenatismo e del clientelismo. In entrambi i paesi a porre fine al sistema clientelare fu la nuova classe media. Questo può indurre a credere che la modernizzazione socio-economica e la formazione di una classe media basteranno per la creazione di un sistema di governo moderno. Ma questa visione è smentita dai casi dell’Italia e della Grecia, entrambe società ricche e moderne che però continuano a praticare il clientelismo. Non c’è un meccanismo automatico per la creazione di un governo moderno e affidabile, ma occorre una serie di altri fattori per riuscire a farlo”.

Non dobbiamo dare per scontato che, quando le società raggiungono la piena modernizzazione, la democrazia liberale vi spunterà come un fungo dopo un temporale.

Una lezione simile può trarsi dai casi di Siria, Iraq e Afghanistan. A prescindere dalla valutazione che si dà della decisione di attaccare l’Iraq, il caos scatenatosi dopo l’occupazione americana è certamente frutto del mancato rispetto per quella "serie di altri fattori" coinvolti nella creazione delle istituzioni. “I risultati dei processi di ricostruzione dello stato sono molto deludenti. Gli Stati Uniti ritireranno le loro truppe dall’Afghanistan nel 2016, senza avervi creato uno stato funzionale centralizzato e legittimo. L’Iraq sembrava essere uno stato, ma nelle aree a nord di Baghdad lo stato è crollato nel 2014. I ripetuti interventi e i miliardi di dollari di aiuti non hanno ancora creato governi funzionali né ad Haiti né in Somalia”.   In tutta l’opera di Fukuyama è presente la tensione tra la necessità di istituzioni basate su regole oggettive, neutrali ed eque, e d’altro lato la tendenza spontanea del genere umano a favorire la famiglia e gli amici. Anche dove lo stato di diritto si è affermato, dopo secoli di favoritismo familiare e tribale, la società non è riuscita a eliminare il rischio di ‘ripatrimonializzazione’ (concentrazione delle risorse nelle mani di pochi), parola importante nel pensiero di Fukuyama.   In Cina più che altrove si può osservare la tensione fra uno stato in cui le leggi servono a livellare il campo di gioco per tutti tranne che per i leader, e lo stato di diritto, in cui i leader non sono al di sopra delle norme applicate agli altri.

I Cinesi sono stati il primo popolo al mondo a passare dalla rivalità fra tribù allo stato centralizzato sotto la dinastia Qin nel III secolo a.c. Molto è cambiato da allora e i parossismi del XX secolo – dalla Lunga Marcia di Mao, alla Rivoluzione Culturale, al motto ‘arricchirsi è glorioso’ di Deng Xiaoping – potrebbero aver tagliato alle radici il passato della Cina senza lasciar traccia della sua lunga storia. Ma in ‘La reinvenzione dello Stato cinese’, Fukuyama afferma che i leader cinesi dopo il 1978 sono stati consapevolmente partecipi di un processo di ‘ripatrimonializzazione’ di stampo confuciano, che ricorda le dinastie storiche.I riformatori che intendevano creare in Cina una burocrazia di stampo occidentale hanno inavvertitamente recuperato alcune loro tradizioni”. Il presidente Xi Jinping è ora impegnato in una dura lotta di potere per contrastare l’appropriazione di risorse pubbliche da parte delle famiglie dei grandi funzionari e per istituire in Cina la stato di diritto. Ce la farà?   Ce la faremo noi Italiani? Gli scandali e i processi per corruzione serviranno a cambiare la società italiana in modo tale che la fiducia nella rule of law superi l’interesse di gruppo − e il clientelismo lasci il passo al merito?

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