Nulla di nuovo sotto il sole

11/12/2020

“Nulla di nuovo sotto il sole”, così commenta George Friedman (On to the Next Presidency, Geopolitical Futures, 10 dicembre 2020) le polemiche sulle elezioni americane e l’avvio della nuova presidenza. E ricorda che ancora oggi c’è chi sostiene che l’elezione di Bush nel 2000 fu illegale (il risultato fu deciso dall’intervento della Corte Suprema), che l’elezione di Kennedy fu conseguenza di quello che molti chiamarono the graveyard vote perché vi si contarono voti di persone decedute, che prove documentali sembrano ancora dar ragione a chi accusò di frode i sostenitori di John Quincy Adams contro Andrew Jackson nel 1824. Ma il paese è sempre sopravvissuto alla corruzione e alle lotte intestine e ha sempre ritrovato solidarietà di fronte alle grandi sfide.

La figura del presidente (o di altri capi politici in paesi potenti) è vista nell’immaginario collettivo come dotata del potere di cambiare il corso della storia della nazione, ma non è mai vero. I capi politici sono espressione delle forze in gioco e prigionieri di eventi che raramente possono prevedere e controllare, per cui debbono quasi sempre dimenticare o stravolgere la loro agenda iniziale, la loro piattaforma elettorale. In base alle loro reazioni di fronte a tali eventi e al risultato delle forze in gioco i presidenti finiscono col passare alla storia come grandi leader o come mediocri politici. Le generazioni successive si chiedono sempre perché i politici contemporanei non siano all’altezza dei grandi del passato, senza rendersi conto che i grandi del passato non furono visti come tali dai loro contemporanei, anzi vennero spesso duramente contestati.

Quando Washington divenne presidente dovette inaspettatamente affrontare la Ribellione del whiskey, Jefferson dovette affrontare i Francesi, Lincoln la Guerra civile, Teddy Roosevelt la ribellione dei capitani d’industria (i cosiddetti robber barons). Trump verrà ricordato come il presidente del Covid, che non aveva certo previsto. G.W. Bush è ricordato come il presidente che portò la guerra in Afghanistan e Iraq dopo gli imprevedibili attentati alle Torri Gemelle. Obama tentò di cambiare i rapporti fra gli USA e il mondo islamico e porre fine alle guerre che coinvolgevano gli Americani nella regione, invece si trovò di fronte al moltiplicarsi di ribellioni e guerre civili e finì col coinvolgere il suo paese anche nella guerra di Libia.

Ora gli USA hanno un nuovo presidente armato di ottime intenzioni e di lunga esperienza. Forse molti credono davvero che potrà dedicarsi in pieno ai problemi dell’America di oggi, senza intralci da parte della realtà, senza avvenimenti inaspettati, senza drammi globali. Se davvero la maggioranza pensa questo, “Houston we have a problem”, conclude Friedman. 

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