L'instabilità politica
secondo Huntington

27/08/2013

Nell’articolo che qui sotto traduciamo in forma riassuntiva Robert Kaplan, analista di Stratfor, esprime opinioni che, benché discutibili, stimolano la riflessione e offrono un punto di vista insolito. 

Nel 1968 uscì il libro del politologo Samuel P. Huntington Political Order in Changing Societies, che a quarantacinque anni di distanza è ancora la miglior guida per comprendere gli avvenimenti attuali.

Fra tutti i libri sulla globalizzazione, Political Order regna supremo. E’ l’analisi più efficace del XX secolo anche grazie al fatto che non cade mai nel politicamente corretto. È un libro da non perdere per chiunque voglia comprendere la Primavera Araba e la transizione socio-economica che sta vivendo la Cina, lasciando perdere gli editoriali che compaiono quotidianamente sui giornali.

Political Order ha suscitato la rabbia delle élite di Washington già con le prime innegabili parole: “La più importante distinzione fra i paesi non riguarda il tipo di governo, ma la quantità di governo”. In altre parole, democrazie consolidate e dittature forti hanno molto più in comune rispetto al binomio democrazie solide e democrazie deboli. Non a caso gli USA hanno sempre avuto molto più in comune con l’URSS che con qualsiasi fragile democrazia del Terzo Mondo. E questo perché di solito l’ordine viene prima della libertà – senza un minimo di ordine, la libertà ha poco valore. Huntington cita Walter Lippman, giornalista americano dello scorso secolo, che diceva: La prima necessità degli uomini che vivono in comunità è essere governati; se possibile con forme di autogoverno, e anche governati bene con un po’ di fortuna, ma in ogni caso governati.” 

Ne consegue che le istituzioni sono più importanti della democrazia stessa. Infatti Huntington, morto nel 2008, era convinto che l’America avesse poco o nulla da insegnare ai paesi in tumulto in un mondo in transizione, perché troppo influenzati da un passato “felice”. Gli Americani credono che tutte le cose buone vengano insieme, ovvero che democrazia, riforme economiche e giustizia sociale vadano mano nella mano. Ma in molti paesi questo non avviene, o a causa di un diverso passato, o per una diversa geografia, o per diversità di circostanze.

Gli Americani importarono le loro istituzioni dall’Inghilterra del XVII secolo, ed ebbero sempre l’obbiettivo fisso di limitare il ruolo del governo – soprattutto di renderlo meno oppressivo. Ma molti paesi in via di sviluppo hanno poche istituzioni, oppure ne hanno di illegittime; per questo devono costruirsele da zero. Più di un protagonista della Primavera Araba appartiene a questa categoria: qui i consigli degli USA sono di dubbia utilità, perché l’esperienza americana è diversa rispetto a quella del resto del mondo.

Huntington è giustamente ossessionato dal ruolo delle istituzioni: più è complessa una società, più servono istituzioni solide. Il cosiddetto interesse pubblico non è altro che l’interesse delle istituzioni. Negli stati moderni questo implica di riconoscersi e fidarsi delle istituzioni. Gli Americani ad esempio versano volontariamente le tasse e non hanno rispetto per chi le evade.

Senza un ente giudicante, come si può determinare ciò che è giusto o ingiusto, e come far rispettare la distinzione?

Cina e Medio Oriente hanno raggiunto un livello di complessità tale per cui le attuali istituzioni non funzionano più a dovere, e per questo stanno cercando di darsene di nuove o di migliorare quelle esistenti. La primavera araba e gli scontri interni in Cina sono crisi istituzionali. La questione non è legata al concetto di democrazia, perché le democrazie deboli spesso danno vita a istituzioni inefficaci. Gli Arabi e i Cinesi in verità vogliono giustizia. E la giustizia è il frutto di un’amministrazione illuminata.

Come possiamo capire se le istituzioni sono inefficienti? Huntington scrive che occorre innanzitutto considerare l’esercito. Le società che sanno fare bene la guerra – Sparta, Roma, Gran Bretagna, USA – di solito sono ben governate. La guerra richiede una grande organizzazione, che a sua volta richiede fiducia e prevedibilità. La capacità di combattere in gruppi estesi è già di per sé segno di civiltà.

Gli stati arabi interessati dalle rivolte – Siria, Libia ed Egitto – non hanno mai avuto eserciti efficienti. Al contrario le milizie del Medio Oriente – Hezbollah in Libano, l’esercito del Mehdy in Iraq e i vari gruppi ribelli di Siria e Libia – hanno sempre combattuto bene. Huntington direbbe che sono indicatori della nascita di nuove forze politiche che alla fine prenderanno il posto dei regimi post-coloniali.

Secondo Huntington, urbanizzazione e illuminismo sono alla base dell’instabilità attuale, dovuta al travagliato passaggio a un nuovo ordine istituzionale. Dato che le società diventano più urbanizzate, le persone entrano in contatto persone sconosciute, al di fuori dei gruppi familiari; questo richiede una polizia efficiente, la costruzione delle fogne, l’illuminazione stradale, il controllo del traffico, e così via. Il grande dramma di Medio Oriente e Cina nell’ultimo mezzo secolo è stata proprio l’urbanizzazione, che ha influenzato religione, morale e molto altro. Gli stati autocrati non sono stati capaci di tenere il passo con il cambiamento.

Huntington raggiunge conclusioni anti-intuitive e a volte anche scomode. Ad esempio sostiene che la presenza di molti analfabeti, che hanno di per sé poche esigenze da soddisfare, è un elemento di stabilità in una grande democrazia come l’India. Con l’aumento del tasso di alfabetizzazione i votanti diventeranno più esigenti e la loro partecipazione a gruppi democratici quali i sindacati aumenterà l’instabilità.

Anche la corruzione potrebbe essere un segno di modernità, perché permette di generare ricchezza attraverso nuovi canali anche se le istituzioni non riescono a tenere il passo. La corruzione può anche attenuare il rischio di rivoluzione: “Coloro che corrompono gli ufficiali di polizia sono tendenzialmente più inclini a identificarsi col sistema rispetto a chi prende d’assalto le stazioni di polizia”.

Nel pensiero di Huntington le monarchie radicate non sono sempre portavoce di ideologie reazionarie, ma sono più inclini ad avviare riforme rispetto alle nuove dittature. I monarchi di solito godono di una certa legittimità storica e ritengono di doversi mettere in luce attraverso le buone opere. Invece i dittatori si vedono come eroi che hanno sconfitto il colonialismo, perciò detentori unici del potere politico. Huntington quindi ci aiuta a capire perché i re di Marocco, Giordania e Oman hanno un volto più umano dei dittatori di Libia, Siria e Iraq.

Per quanto riguarda la dittatura militare, Huntington aggiunge: “In una società oligarchica, il soldato è un elemento radicale; in un mondo dominato dalla classe media è partecipe ed arbitro; quando la classe media rischia di scomparire dall’orizzonte, diventa il guardiano che conserva l’ordine esistente.” Paradossalmente e comprensibilmente “più la società è arretrata, più è avanzato il ruolo dell’ esercito”. Si spiega così perché l’America Latina e l’Africa Sub-sahariana hanno avuto una lunga serie di colpi di stato durante la Guerra Fredda: l’esercito spesso era la parte più illuminata della società. Gli Americani vedono l’esercito come un’istituzione conservatrice solo perché hanno raggiunto un certo stadio nell’evoluzione della società di massa.

Secondo Huntington la nascita e il consolidamento di un certo ordine – non solo quello sancito da elezioni parlamentari – è un processo che si sviluppa nel tempo. Quando l’ordine è stabilito, la volontà popolare prende ad esercitare pressioni per renderlo meno coercitivo e per avere istituzioni più raffinate. Siccome viviamo in un’era di immenso cambiamento sociale, il numero di rivoluzioni per avere istituzioni più aperte aumenterà.

Per capire come muoversi fra le varie crisi, i leader occidentali farebbero bene a leggere Huntington; così potrebbero alleggerire le pesanti lezioni che impartiscono agli altri popoli su come effettuare le riforme.

 

Prosegui con:

Lascia un commento

Vuoi parteipare attivamente alla crescita del sito commentando gli articoli e interagendo con gli utenti e con gli autori?
Non devi fare altro che accedere e lasciare il tuo segno
Ti aspettiamo!

Accedi

Non sei ancora registrato?

Registrati

I vostri commenti

Per questo articolo non sono presenti commenti.