La crescita dell’individualismo
e l’evaporazione del potere

21/10/2015

Jay Ogilvy scrive per Stratfor (14 ottobre 2015) un breve saggio su meriti e pericoli della crescita dell’individualismo. Ogilvy constata che il livello di fiducia nelle istituzioni politiche, economiche, religiose e culturali oggi è in forte calo in molte parti del mondo. In Cina si contano in media 500 dimostrazioni al giorno nei confronti di istituzioni o enti locali, cosa impensabile fino a qualche decennio fa. Nel mondo arabo dalla ‘primavera’ del 2011 in poi nessuna istituzione sembra reggere. La sollevazione di Maidan e la successiva ribellione delle regioni orientali in Ucraina, le rivendicazioni di autonomia regionale e la crescita di nuovi partiti anti-sistema in tutti i paesi d’Europa stanno rapidamente delegittimando le istituzioni degli stati europei. È un fenomeno che può apparire del tutto negativo, ma può anche essere visto come il segno dell’aumentata fiducia dell’individuo in se stesso e nelle proprie capacità di giudizio.

Secondo Ogilvy sempre più persone nel mondo rifiutano una vita di sottomissione alle istituzioni e alle autorità e rivendicano responsabilità adulte. Oppure protestano con una specie di rifiuto della vita, se non riescono a liberarsi di istituzioni che non stimano, inclusa la famiglia. Così viene interpretato da alcuni studiosi il crescente fenomeno degli hikikomori in Giappone: circa 1,5 milioni di giovani che non partecipano a nessuna forma di vita sociale, per anni rifiutano anche di uscire dalla loro camera da letto. Gli studiosi del fenomeno sostengono che non sono folli. Se spostati in un ambiente molto diverso, in un altro paese, quasi tutti riprendono a vivere e comunicare normalmente, sostiene Michael Ziengler, giornalista che ha condotto inchieste in Giappone per nove anni e ha scritto un libro sull’argomento.

Anche negli USA l’elettorato è sempre più ‘disgustato dalla politica’, dice Ogilvy, ma non per un fenomeno di crescente radicalizzazione. Al contrario, le indagini statistiche rivelano che sui temi importanti da parte dei cittadini c’è un accentuato aumento della convergenza di opinioni verso il centro rispetto al passato. Sono i partiti che, per aver più visibilità sui media e attirare l’attenzione degli elettori, assumono posizioni più radicali. L’allargamento della forbice fra l’opinione della maggioranza dei cittadini e l’opinione espressa dai politici di partito aumenta l’insoddisfazione dei cittadini per la politica e la disistima verso i politici. 

Secondo Ogilvy sempre più persone nel mondo rifiutano una vita di sottomissione alle istituzioni e alle autorità e rivendicano responsabilità adulte.

Ogilvy fa riferimento alle tesi espresse da Moises Naim nel libro ‘The End of Power: From Boardrooms to Battlefields and Churches to States, Why Being in Charge Isn't What It Used to Be’. Secondo Naim l’individualismo e lo scetticismo nei confronti dell’autorità sono direttamente correlati con le tre ‘rivoluzioni’ contemporanee: la rivoluzione dei numeri, della mobilità e della mentalità.

In che consiste la rivoluzione dei numeri? Dal 1981 a oggi 660 milioni di Cinesi sono usciti dalla povertà e sono diventati classe media, con tutte le conseguenze anche culturali che questo comporta. Altrettanto è successo ad altre centinaia di milioni di persone in India e in altri paesi di quello che chiamavamo ‘Terzo Mondo’. Dal 2006 a oggi secondo la Banca Mondiale ben ventotto paesi poveri hanno raggiunto un PIL pro capite di livello medio. La rivoluzione dei numeri non riguarda soltanto la ricchezza, ma quasi ogni altro fenomeno. L’Organizzazione Mondiale per la Cooperazione e lo Sviluppo, ad esempio, nel 1999 impiegava 4,3 milioni di scienziati, dieci anni dopo ne impiegava 6,3 milioni.

Quando molte più persone vivono vite molto più ricche di possibilità, diventa più difficile irreggimentarle e controllarle, tanto più se in contemporanea c’è anche una rivoluzione della mobilità, che cambia i rapporti di potere non soltanto all’interno di ogni popolazione, ma anche fra le diverse popolazioni, sia con l’insorgere di diaspore da parte di corpose minoranze, sia con l’apporto di idee, capitali e fedi da parte di pochi ma potenti individui. Urbanizzazione, migrazioni, sforzi di indottrinamento gonfiano enormemente quella che Naim chiama la ‘circolazione cerebrale’ nel globo. L’esercizio del potere ha necessariamente confini territoriali, travalicati facilmente dall’enorme aumento della mobilità globale. Ogni potere viene così depotenziato. 

La ‘rivoluzione di mentalità’ consiste soprattutto in un cambiamento nelle aspettative di miliardi di persone. L’esperienza di più benessere, più conoscenze, più mobilità non aumenta la soddisfazione per il proprio status, ma aumenta le aspettative di ulteriori migliorie. Se tutti sanno che è possibile avere di più, tutti vogliono di più. È la molla dello sviluppo, ma anche delle ribellioni.

Di fronte a queste tre rivoluzioni cede anche la famiglia. Il divorzio è diventato la nuova norma in Occidente, ma non solo: oggi più di un quarto dei matrimoni finisce in divorzio anche nel Medio Oriente arabo.

L’erosione di ogni forma di potere lascia il mondo con grossi problemi. Problemi globali, soprattutto, che nessuna istituzione ha il potere o la capacità di risolvere: la salvaguardia del pianeta, la salvaguardia delle risorse per il futuro. Mentre tutti gli equilibri geopolitici regionali sono rimessi in gioco, abbiamo non soltanto un depotenziamento della capacità delle istituzioni di affrontare e gestire i problemi regionali, ma vediamo anche crescere problemi globali che nessuna istituzione è in grado di affrontare. Non assistiamo, dice Naim, a spostamenti di potere, ma piuttosto all’evaporazione del potere. Con che conseguenze? 

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