La globalizzazione intelligente

19/06/2017

È il titolo di un saggio di Dani Rodrik, economista alla Harvard University, pubblicato in italiano da Laterza nel 2011, che diventa sempre più attuale man mano che anche i non specialisti si rendono conto che la globalizzazione con la sua coorte di organismi sovranazionali di natura puramente burocratica presenta pericoli e porta danni che possono far dimenticare le nuove prospettive e mandare in rovina molti paesi.

La globalizzazione economica e culturale è di per sé un fenomeno positivo e progressivo, ma se non è governata dalle istituzioni politiche rischia di provocare rovina e guerre, dopo aver dato poteri spropositati a gruppi privati che portano avanti obiettivi di potere e di guadagno privati, facendo pagare tutti i costi sociali agli stati e alla maggioranza della loro popolazione.

Il saggio di Rodrik avanza anche ipotesi per il futuro, ma è soprattutto denso di informazioni storiche che sfatano luoghi comuni, come quello che la liberalizzazione finanziaria e commerciale sia sempre positiva per lo sviluppo. Gli esempi storici dimostrano il contrario: occorre che la liberalizzazione sia governata, graduata in base alle necessità sociali e politiche, altrimenti porta allo sfascio.

‘Il mondo ha già una volta assistito al crollo della globalizzazione. L’era del gold standard, con la sua mobilità dovuta al libero scambio e al movimento libero dei capitali, si è conclusa repentinamente nel 1914 e non è più continuata dopo la Prima guerra mondiale’. Perché? Il liberismo economico e le regole introdotte dal gold standard funzionarono in modo da beneficiare l’economia e lo sviluppo di molte regioni del mondo soltanto finché resse (udite udite!) l’imperialismo. ‘L’imperialismo − dice Rodrik − era un meccanismo finalizzato a imporre regole a favore del commercio, un tipo di imposizione da parte di terzi, con i governi dei paesi industrializzati che svolgevano la funzione d’imposizione. […] L’imperialismo europeo ha garantito la protezione dei diritti dei forestieri, l’esecutività forzata dei contratti, la risoluzione di controversie in base alle leggi dei paesi europei, un’accoglienza amichevole a esportatori e investitori, il rimborso dei debiti, l’impegno a effettuare investimenti per costruire infrastrutture, una pacificazione a livello locale, la possibilità di contrastare le ambizioni emergenti del nazionalismo’. Quando l’imperialismo non fu più accettato né accettabile, il processo di globalizzazione si fermò, in mancanza di istituzioni che ne stabilissero le regole e avessero il potere di farle rispettare.

Dopo la Seconda guerra mondiale il sistema di Bretton Woods pose le condizioni per un nuovo periodo di grande sviluppo, ma fu un mix di liberalizzazioni limitate e accordi fra singoli stati, basati esplicitamente sul controllo dei movimenti di capitali e sull’attribuzione del ruolo di prestatori di ultima istanza alle banche nazionali. La globalizzazione che oggi conosciamo non è stata il motore del grande sviluppo economico della seconda metà del secolo scorso, ma è il frutto della liberalizzazione dei commerci attuata dai tardi anni ’90 in poi, grazie alla creazione del WTO (World Trade Organization) nel 1993, e soprattutto della totale liberalizzazione finanziaria avvenuta fra gli anni ’80 e i primi anni ’90. Ma ‘ogniqualvolta i capitali sono stati liberi di muoversi liberamente in tutto il mondo, il risultato è stato quello definito in modo memorabile da Charles Kindleberger, storico dell’economia: ossessioni, terrori e crolli’.

Mercati e governi sono complementari e non possono sostituirsi tra loro. […] I mercati operano al meglio non quando gli Stati sono più deboli ma quando sono forti’.

Queste citazioni sono solo un assaggio di contenuti ben più vasti e ugualmente stimolanti. Speriamo che molti vorranno leggere il saggio di Rodrik per poi discuterne, anche utilizzando la possibilità di scrivere commenti sul nostro sito o sulla nostra pagina Facebook. Noi continueremo a trarne estratti dalle parti più interessanti. Buon divertimento!

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